Non tutte le ciambelle, si sa, riescono col buco.
Ma di questa riforma delle carriere direttive, ahinoi, sembra rimasto solo il buco, e della ciambella propriamente detta si sono perse le tracce.
Il mese di marzo – tradizionalmente un po’ pazzerello – ha riservato ai direttivi un brusco risveglio dal sogno prospettato loro alcuni mesi fa. Smaltita l’ebrezza del reinquadramento stipendiale, ci si è resi conto che la riforma delle carriere direttive non ha veramente disegnato il migliore dei mondi possibili e che, anzi, si sta (un po’, o molto, a seconda dei casi) peggio di prima.
Dal gioco delle tre carte della riforma (tolgo la gratifica, ma la incorporo all’indennità di funzione, che però ha una parte base e una no, e un po’ si spalma su tutto l’anno e un po’ no) è uscita una chiara e cruda verità: per molti colleghi direttivi ci sono meno soldi di prima.
Tradizionalmente considerato come il fiore all’occhiello della compagine aziendale, figlio prediletto di una Banca mamma (prima che diventasse matrigna), il direttivo è stato bruscamente strappato ad un sistema di benefici economici e di carriera contrattualmente garantiti, per essere scaraventato in una realtà in cui è costretto a lottare con(tro) gli altri colleghi per ottenere praticamente qualsiasi cosa.
Così è per livelli economici: salutati gli scatti automatici di anzianità, il direttivo deve adesso contendersi con gli altri pari grado della medesima struttura gli aumenti stipendiali previsti dal budget (perché no, non ce n’è per tutti).
Così è per gli avanzamenti di carriera: accantonata la modalità di selezione concorsuale (cioè quella con cui tutti noi siamo entrati in Banca), i passaggi di fascia avverranno d’ora innanzi per cooptazione da parte di una Commissione composta da dirigenti e competente su base dipartimentale o territoriale. Il direttivo, dunque, non dovrà più sottoporsi a stressanti prove d’esame su base nazionale, con punteggi, graduatorie ed altri noiosissimi criteri garanzia di trasparenza: la Commissione deciderà, sulla base di parametri ad oggi oscuri, se il nostro direttivo sarà tra quelli che meriteranno di accedere alla fascia superiore. Poco importa se né lui, né noi, sapremo il perché. Un tempo, i concorsi, per quanto faticosi e stressanti, avevano un inizio ed una fine, e sottoporvisi era una scelta personale: d’ora in avanti il direttivo sarà sotto esame, senza soluzione di continuità, per tutta la sua vita lavorativa.
Abituato fino ad oggi al team working e alla solidarietà intra e inter-ufficio, il direttivo si ritrova quindi improvvisamente ed irrimediabilmente solo.
I colleghi di ufficio e di struttura sono i suoi antagonisti naturali per la conquista degli aumenti stipendiali messi in palio dalla Banca. I colleghi della circoscrizione sono in competizione con lui per gli avanzamenti di carriera disponibili.
Affilate i tagliacarte, colleghi: questo è il mors tua vita mea codificato in un’unica riforma.
Ma la situazione più entusiasmante è sicuramente quella del direttivo che è anche capo di linea: schiacciato dalle pressioni dall’alto e dal basso, con i suoi capi che pretendono il rispetto degli obiettivi e i gli altri direttivi suoi sottoposti che aspirano – del tutto legittimamente – a fare carriera, il nostro direttivo passerà gran parte del suo tempo ad assegnare obiettivi ed a compilare impossibili file per verificarne il raggiungimento e valutare le prestazioni dei suoi sottoposti. Nel frattempo dovrà pensare anche ai suoi, di obiettivi, se vuole ottenere il livello economico, il passaggio di fascia ecc. ecc..
Questa riforma della carriera direttiva, presentata ai colleghi come la definitiva consacrazione della meritocrazia in Banca d’Italia, sembra più che altro fomentare un individualismo sfrenato, per non dire il culto del Superuomo e della Superdonna (su questo specifico aspetto attendiamo fiduciosi di conoscere le percentuali di avanzamento delle colleghe direttive, che siano o meno madri di famiglia).
Ci sono eventi ineluttabili, nella vita, contro cui non possiamo fare niente. Come la pioggia: non è che puoi farci molto, apri l’ombrello ed aspetti che passi.
Le riforme, invece, non sono inevitabili. E, soprattutto se sono sbagliate, si possono cambiare.
Eleonora d’Arborea