Il sindacato, per noi, è uno strumento di partecipazione, di democrazia, di rappresentanza. È la voce di chi lavora, che chiede di essere ascoltata anche quando è scomoda. E proprio per questo guardiamo con un certo interesse – e una punta di divertito stupore – l’ennesimo, prevedibile polverone alzato attorno a presunte iscrizioni “scomode”.
Ma veniamo al cuore pulsante della polemica: pare che ci si scandalizzi perché un Funzionario Generale ha osato – udite udite! – detenere una tessera sindacale. Roba da prima pagina, titoloni e magari anche da commissione d’inchiesta. Secondo questo illuminato ragionamento, chiunque eserciti un potere decisionale dovrebbe abdicare ai suoi diritti di cittadino e di lavoratore. L’iscrizione a un sindacato, quindi, non più libera scelta ma un diritto che si chiede di non esercitare.
È una visione moralistica, elitaria e piuttosto autoritaria.
Ora, sia chiaro: non abbiamo alcun Funzionario Generale iscritto alla nostra Organizzazione. Magari lo avessimo, viste le battaglie che portiamo avanti. Ci permettiamo, con il dovuto rispetto, di dissentire da questa visione un po’ medievale del sindacato, la cui l’appartenenza sembra diventare una lettera scarlatta, un peccato da espiare.
Ed è proprio questo che ci preoccupa: l’idea malsana che le libertà sindacali siano un fastidio da contenere. Che le tutele valgano solo per i “sottoposti”, mentre chi coordina, dirige o decide debba vivere in un eremo ascetico, lontano da ogni relazione sociale.
E chi l’ha scritta questa filippica degna del miglior Savonarola 4.0? Ma certo, l’Organizzazione di maggioranza relativa, quella che da anni domina la scena senza risolvere un solo nodo strategico, impegnata più a collezionare le tessere che a migliorare le condizioni di chi lavora.
Un’Organizzazione che, va detto, ha il pregio della continuità: da anni è saldamente in vetta alle classifiche delle presenze, un po’ meno in quelle dei risultati. È retta con mano ferma da un autorevole dirigente di lungo corso un veterano della militanza sindacale, con esperienza pluridecennale e, come ogni figura che si rispetti, dotato del potere di mandare prematuramente in letargo chiunque tenti di innovare troppo.
Il punto, in definitiva, non è tanto la solita “lotta di classe” tra dirigenti e operativi. Anche perché, a essere onesti, nessuna delle due categorie possiede davvero i mezzi di produzione. Il vero nodo è culturale: finché l’appartenenza sindacale sarà vissuta come un peccato originale anziché come un valore, sarà impossibile costruire un’organizzazione moderna e partecipata.
E purtroppo, questa resistenza la conosciamo bene: in alcuni ambiti della nostra Istituzione, la confederalità è vista con la stessa simpatia che si riserva ai virus informatici.
In conclusione: se si vuole parlare seriamente di etica, trasparenza e imparzialità, noi ci siamo. Ma se questi principi vengono utilizzati solo per mascherare il timore che qualcuno – anche ai vertici – possa credere nei valori del Sindacato con la “S” maiuscola, allora no: non ci siamo.
E comunque, meno moralismo e più contrattazione. Magari anche un po’ di sana autocritica.
Con satirico affetto.
La libertà sindacale – quella vera.
