Il Marchese del Zangrillo

Il 14 marzo è stato approvato dal Consiglio dei ministri il disegno di legge promosso dal ministro per la Pubblica Amministrazione Zangrillo battezzato “DDL Merito”. Proseguendo lungo la strada dell’infausta riforma Brunetta, il DDL interviene su due elementi centrali: la modalità di selezione e reclutamento della dirigenza della P.A. e il sistema di valutazione del personale, con lo scopo di far trionfare la meritocrazia nel burocratico reame della Pubblica Amministrazione italiana. Ora, al di là di aspetti positivi ma tutti da verificare, come ridurre i tempi dei concorsi pubblici e aumentare le ore di formazione, l’impianto del decreto è assolutamente deleterio e da respingere.

Per quanto riguarda la selezione, al posto dei concorsi, almeno per parte dei posti, vi sarebbero altre modalità in cui avrà un importante ruolo una relazione del dirigente sovraordinato al candidato. In attesa dei dettagli, è però già possibile individuare il meccanismo di fondo: è la cara vecchia cooptazione dei propri simili. Commissioni composte da gente con i capelli neri lisci coopterà come loro successori altra gente coi capelli neri lisci, con tanti saluti all’ormai tramontata diversity, invisa a Trump e dunque a tutti i governi ossequiosamente allineati all’inquilino della Casa Bianca. Si premierà dunque il merito, il merito di non dare mai fastidio, di essere un membro produttivo della tribù degli yesmen. Al contempo i promossi sarebbero dirigenti solo in prova, così raddoppiando il servilismo attraverso la spada di Damocle dell’incarico temporaneo.

Per quanto riguarda il sistema di valutazione della performance dei dipendenti pubblici, alcuni sostenitori del DDL hanno osservato che l’attuale prassi è sostanzialmente inutile perché gli indicatori sono vaghi o troppo facili da raggiungere. Che i funzionari pubblici debbano lavorare bene e che questo debba essere ben controllato è sacrosanto, tuttavia queste sono solo scuse. La dimostrazione più ovvia che si tratti di scuse è che il decreto predetermina la percentuale di valutazioni massime ottenibili e sottolinea in modo esplicito che il risparmio ottenuto riducendo gli aumenti andrà ad accrescere i premi per i pochi fortunati. Da anni l’aumento degli stipendi non riesce a star dietro a quello dei prezzi e la stagnazione delle retribuzioni di dipendenti pubblici (ma anche privati) è ormai cronica. Non ci sono risorse per chiudere dignitosamente contratti pubblici e in prospettiva ce ne saranno sempre meno perché i soldi dovranno andare alle spese militari e quindi che si fa? Ad aumenti stipendiali per tutti si sostituisce la lotteria. Inutile dire che anche in questo caso ci sarà la corsa a compiacere i valutatori che dovranno decidere se si è tra i pochi che riceveranno gli aumenti. Servilismo, lotte tra colleghi e calo della dinamica media delle retribuzioni.

Se qualche collega ha una strana sensazione di deja vu ha ragione: si tratta dei principi alla base della riforma della carriera dei direttivi del 2016 a cui la CGIL si è opposta sin dal principio e che ormai è oggetto di critiche continue da parte anche di tutte le altre OO.SS..

Se in Banca, dove comunque la politica ha un peso minore e le risorse sono maggiori che altrove, questa riforma ha dato esiti fortemente negativi, possiamo immaginare quali disastri produrrà nella P.A..

Dietro all’insegna luminosa del merito, buona per tutte le stagioni, si nasconde la brutale ma realistica battuta del Marchese del Grillo (“io so’ io e voi non siete…), personaggio che non avrebbe sfigurato come ministro nell’attuale esecutivo.

“brunetta dei ricchi e poveri”

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.