Articolo 18 – Lo scontro continua

La Costituzione – Titolo terzo

Articolo 36: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa …“

Articolo 41: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata ai fini sociali.”

Con queste semplici, chiare parole la Carta Costituzionale fissa i principi e i valori del lavoro che i componenti di ogni Governo, se intellettualmente onesti e capaci, devono rispettare dato che su quella Carta giurano nel momento della loro nomina.

Ebbene dopo la decisione della Corte che ha respinto l’ammissibilità al Referendum del quesito avanzato dalla CGIL con il supporto di 3,5 milioni di firme dei cittadini, prima di conoscere le motivazioni della sentenza (approvata da una stretta maggioranza e con contrasti e lacerazioni evidenti) si è aperto il balletto delle dichiarazioni e dei dibattiti anche qui con un palese disequilibrio a favore di chi era stato contrario ed è contrario al ripristino dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

Ascoltando le ragioni di chi gioisce del momentaneo stop alla battaglia intrapresa per il ripristino dell’articolo 18 che difendeva i lavoratori dall’abuso dei licenziamenti senza giusta causa la più odiosa cosa che siamo costretti a sentire è che il lavoro non è un diritto, un valore a sostegno della dignità umana, ma un semplice numero.

Senatori della Repubblica, membri autorevoli (?) di Partito e di Governo, per dare corpo alle loro opinioni parlano, parlano, parlano e non si rendono conto di essere incoerenti e intellettualmente disonesti quando affermano che la battaglia contro i licenziamenti è esagerata e inutile, perché marginale e percentualmente insignificante per il numero dei lavoratori coinvolti a fronte di una platea di milioni di lavoratori, mentre l’aumento dello 0,1 % di nuovi occupati, a fronte di una platea di milioni di disoccupati, è una grande vittoria, un grande segno positivo nel giudizio dell’azione del Governo.

Da un lato, quindi, i piccoli numeri dei lavoratori coinvolti in licenziamenti ingiustificati non meritano attenzione, nonostante i diritti e i valori lesi, dall’altra i piccoli numeri nell’aumento dell’occupazione, con una disoccupazione giovanile drammatica, sono utili alla retorica sui successi dell’azione di Governo.

Tali ragionamenti, tale bassa propaganda di chi dimentica valori e diritti posti alla base di una sana società civile, offendono l’intelligenza, prendono in giro e truffano i cittadini, ci parlano di numeri, li interpretano secondo convenienza, e non affrontano i veri problemi sociali; con la matematica scompongono e ricompongono in modo disonesto i numeri e calpestano il principio di dover svolgere la loro missione con disciplina e onore (Art. 54).

Il tema di attualità aperto dalla sentenza della Corte dovrebbe farci ancor più indignare se pensiamo che i licenziamenti facili sono stati approvati con un decreto mentre le decisioni di leggi a sostegno delle politiche attive sul lavoro (per attutire il danno della disoccupazione e dei licenziamenti) sono da mesi nell’agenda dell’azione del Governo nonostante accordi già sottoscritti fra imprese e sindacati.

La battaglia sull’articolo 18 continua, bisogna battersi per Governi che rispettino la Costituzione.

Ugo Onelli

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