La Banca delle meraviglie

(Dove tutti fanno tutto… tranne chiarezza)

Certe storie in Banca d’Italia hanno una qualità straordinaria: non finiscono mai.
Si prendono una pausa, cambiano titolo, si mettono un vestito nuovo… e poi tornano. Sempre uguali nell’intento.

È passato quasi un anno da quando qualcuno provò a infilare, quasi di soppiatto, dentro un accordo integrativo del Servizio Banconote, l’idea geniale: mandare gli operai in giro per l’Italia, rigorosamente “in formazione” a contare banconote.

Una di quelle trovate che, se le guardi bene, non stanno in piedi né contrattualmente né logicamente.

A fermare quella forzatura – perché di questo si trattava – furono CGIL e CISL, che ebbero l’ardire di fare una cosa ormai fuori moda: leggere le carte, accorgersi delle violazioni (emblematico quanto accaduto a Catanzaro) e dire semplicemente “no” tutto ciò non è possibile.

Sembrava finita lì.

E invece no.

Perché le idee cattive, quando trovano terreno fertile, non spariscono: rientrano. E stavolta non dalla finestra, ma dalla porta principale.

Con il rinnovo del premio, la stessa logica è stata riproposta, confezionata meglio, venduta come opportunità.

La narrazione è diventata quella delle “missioni per tutti”, della valorizzazione, della flessibilità. Peccato che, a guardare bene, resti tutto incredibilmente vago: chi parte, quando parte, perché parte… non si sa.

Le regole non si vedono, ma la disponibilità a utilizzare le persone sì. Quella è chiarissima. Ancora una volta, la stessa logica: utilizzare il personale dove serve, come serve, quando serve. E infatti oggi succede che gli Operai inviati in missione – altro che “formazione” – fanno contazione meccanizzata, andando a coprire esigenze operative reali e strutturali.

Nel frattempo, fuori dalla narrazione, c’è la realtà. E la realtà dice che ci sono Filiali come Padova, Verona e tante altre che faticano a stare in piedi, che non riescono nemmeno a coprire i turni macchina per la contazione del contante. Non parliamo di progetti futuristici, ma di attività essenziali.

E la soluzione qual è? Non affrontare il problema degli organici arrivati ormai oltre l’osso, non pianificare, non investire.

No.
Si inventa il “temporaneo utilizzo”. Si sposta personale. Si allarga il perimetro delle attività… ma senza mai chiarire fino in fondo diritti, limiti, riconoscimenti.

E tutto questo viene raccontato come “flessibilità”.

Peccato che questa flessibilità diventi improvvisamente molto concreta – e molto conveniente per la Banca – una volta raggiunta la terza categoria, cioè proprio quando il lavoratore dovrebbe iniziare ad avere maggiore stabilità e riconoscimento. Da lì in poi, più che un percorso professionale, sembra aprirsi un catalogo di utilizzi possibili.

E qui il quadro si completa.

Perché a pagare questo schema sono sempre gli stessi: gli operai, già colpiti da un accordo scellerato che ha ridotto il salario d’ingresso e prospettive alle nuove generazioni. Ma non solo. Perché a cascata l’effetto si scarica su tutto il personale, in particolare sui colleghi delle Filiali, che vedono crescere confusione organizzativa, sovrapposizioni di ruoli e ulteriore pressione operativa.

Ancora una volta, qualcuno firma accordi che sembrano cuciti più sulle esigenze della Banca che su quelle dei lavoratori.

E allora una domanda, nemmeno troppo provocatoria, viene spontanea: non è che questa sia già una sorta di “piano di recovery”? Un modello da testare oggi, da rendere strutturale domani, nel caso in cui la riforma della carriera operativa non vada esattamente nella direzione desiderata dall’Amministrazione?

Ora, sgombriamo il campo da ogni equivoco. Noi non pensiamo affatto che il personale operaio debba restare fermo o confinato. Pensiamo esattamente il contrario: che debba avere una piena collocazione in tutte le realtà della Banca, che le competenze vadano valorizzate, che i percorsi debbano esistere.

Ma questo si fa rispettando il mansionario, rispettando le regole e soprattutto riconoscendo il giusto salario per le mansioni che si svolgono davvero. Non con giochi di prestigio organizzativi a tempo, non con etichette comode come “efficienza allocativa” o “temporaneo utilizzo” quando la vera sostanza è un’altra.

Perché la flessibilità, quando non è regolata, non è flessibilità: è arbitrio.

E allora la domanda finale è inevitabile.

Se queste sono le modalità con cui l’Amministrazione pensa di tappare buchi così evidenti da mettere in difficoltà perfino le lavorazioni ordinarie delle Filiali…

Se questa è l’idea di “flessibilità” che si vuole portare nella prossima riforma delle carriere… beh, diciamolo chiaramente: siamo partiti proprio male.       

Roma, 16 aprile 2026

La Segreteria Nazionale