SU LA TESTA

 

Lettera aperta

Caro collega appartenente alla carriera dei direttivi,

come noto, i sindacati che rappresentano la maggioranza (ma non la totalità) degli iscritti al tuo “segmento” hanno annunciato di aver concluso il negoziato sulla riforma delle carriere e si apprestano, logicamente, ad andare a sottoscrivere un nuovo scenario degli inquadramenti.

Mi rivolgo direttamente a te, alla tua coscienza, alle tue idee e principi, alla tua concezione di una Banca d’Italia rinnovata e pronta alle nuove sfide, alle tue aspettative professionali ed economiche.

È normale che in cambio di un presunto aumento della progressione salariale (così raccontata da Cida e Dasbi) si butti a mare tutto ciò che è stato il modo di stare nella nostra azienda (il cosiddetto “stile Banca d’Italia”)?

Penso che sarai cosciente, come chi scrive, che la Banca d’Italia sta attraversando un momento molto delicato; le trasformazioni richieste dall’evoluzione informatica e da un diverso modo di svolgere le funzioni istituzionali, unitamente ad una crisi economica senza precedenti che mina le certezze e le speranze di tutti i cittadini, stanno mettendo in discussione – almeno a livello di opinione pubblica – l’autorevolezza del nostro Istituto. La stessa politica appare sempre più insofferente verso enti come il nostro che fanno dell’indipendenza di giudizio un proprio vanto.

Rispetto ad uno scenario cosi (succintamente) delineato, ritieni che la più importante riforma contrattuale debba passare creando ulteriori divisioni – se non veri e propri fossati – tra il personale della Banca d’Italia?

Detto della questione stipendiale e della volontà della Delegazione aziendale di aumentare le “differenze” non tanto sulla base del merito quanto su quella della diversa appartenenza di carriera (come se chi è un assistente o un operaio meriti per forza di meno a prescindere dalle qualità professionali), vorrei – caro collega – che tu riflettessi rispetto all’aumentata “leva gestionale” che la riforma, condivisa da CIDA e Dasbi rappresenta.

Con la spoliazione di molte funzioni (non solo quelle prettamente più operative), l’incremento numerico delle fasce che fanno riferimento alla prima parte del regolamento è garanzia, nel medio periodo, della creazione di esuberi e della impossibilità di crescere professionalmente.

E’ normale che in quella ipotesi di accordo non si dia alcuna garanzia in termini di “libertà di trasferimento” o addirittura di “salario variabile agganciato alla valutazione”; se un’azienda è in difficoltà e non accetta il confronto vuole maggiore “massa di manovra” nei confronti del proprio personale. Anche l’eliminazione di ogni prova di selezione per i passaggi di carriera può solo che confermare il tentativo aziendale di controllo della “vis critica” di ognuno di voi.

E tu, caro collega direttivo, accetti che si scambi pochi euro in più (saranno veramente per tutti?) in cambio di una struttura delle carriere strumentale ad un’istituzione che non vuol affrontare il rischio di un proprio declino?

La Fisac, recentemente, ha lanciato alle altre sigle, ma anche ai colleghi, la sfida del “contratto unico”. Al di la di come la si pensi al riguardo, uno dei presupposti più importanti della proposta è dato da una lettura della fase attuale molto delicata: il vertice aziendale invece di esser sordo alle richieste (di una parte) dei colleghi dovrebbe accettare la “collaborazione” del sindacato così da rinnovare – tutti insieme – la nostra Banca e renderla capace di affrontare e risolvere le grandi questioni provenienti dalla politica e dall’economia.

Quindi adesso, caro collega appartenente alla carriera direttiva, la responsabilità della scelta sta soprattutto in capo a te: vuoi impedire questo ennesimo arretramento della nostra Istituzione opponendoti ad una riforma strumentale ad un vertice sordo al vero rinnovamento?

Vuoi essere di nuovo protagonista e guida di una nuova Istituzione che fa della professionalità e dell’unità del personale il suo punto di forza?

Un caro saluto.

Cyrano de Bergerac

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