Noi siamo con Yanis (e con la vecchia macroeconomia)

Pubblichiamo un articolo di Yanis Varoufakis (ministro dell’economia greco), tratto dal Corriere della Sera del 17 aprile u.s., e uno di Paul Krugman (economista keynesiano), tratto dalla Repubblica del 19 aprile u.s., sui guasti prodotti dall’ideologia iperliberista che ha pervaso l’Europa del 2000.
Entrambi gli estensori degli articoli, pur provenendo da scuole di pensiero economico diverse, puntano il dito sulle politiche rigoriste che tanto affascinano i potenti del vecchio continente e tanto affamano i popoli d’Europa.
Il consiglio è di leggerli con attenzione per conoscere punti di vista differenti dal “pensiero unico”.
Un’altra Europa è possibile!

Il ministro usa Matrix e la favola di Alice «La disuguaglianza mette a rischio il futuro».
All’inizio del film Matrix, la cui trama ha costituito la spina dorsale del capitolo 5, l’insospettabile protagonista, Neo, incontra Morpheus, il capo della Resistenza, che nel corso del dialogo seguente gli pone un dilemma inquietante.
Morpheus: Immagino che in questo momento ti sentirai un po’ come Alice che ruzzola dentro la tana del Bianconiglio. (…)
A questo punto Morpheus mostra a Neo due pillole, una azzurra che tiene nella mano sinistra e una rossa che tiene nella mano destra.
Morpheus: Pillola azzurra, fine della storia. Domani ti sveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa, resti nel Paese delle meraviglie e vedrai quanto è profonda la tana del Bianconiglio.
Neo si sporge verso la mano destra di Morpheus, ma l’uomo lo ferma.
Morpheus: Ti sto offrendo solo la verità, ricordalo. Niente di più.
Neo lo guarda per un attimo e poi inghiotte la pillola rossa. Rifiuta gli inganni e le bugie di Matrix, la realtà virtuale che gli nasconde l’amara verità. Sceglie una vita difficile, pericolosa, ma autentica. Guardati dagli economisti e dalle loro pillole azzurre.
Da un certo punto di vista, questo libro è la mia versione della pillola rossa.
Sin dal primo capitolo ti ho posto un problema: «Come potevano i governanti mantenere il loro potere e continuare indisturbati a distribuire il surplus nel modo in cui più gli faceva comodo?».
La risposta è stata: «Attraverso la formazione di un’ideologia legittimista, che convinceva la maggioranza della popolazione che i governanti avevano il diritto di essere tali. Che, insomma, le cose dovevano per forza andare così…».
Poi ti ho parlato del clero, che appoggiava l’ideologia dominante e legittimava il Principe, ne appoggiava il potere e convinceva le vittime dello sfruttamento che non esisteva sfruttamento, che soffrendo sarebbero arrivate in paradiso e che era peccato mortale desiderare quel che avevano i governanti.
Prima del sorgere delle società di mercato, alla fine del XVIII secolo, l’ideologia dominante aveva natura religiosa. La disuguaglianza, l’assolutismo, la violenza del potere venivano sempre giustificati come una condizione naturale, voluta dalla provvidenza divina.
Dopo il trionfo dei valori di scambio e l’avvento sulla scena della società di mercato, però, l’ideologia dominante ha preso la forma della teoria economica, a cui ha dato una veste scientifica.
Da qualche tempo a questa parte, i manuali di economia, la teoria economica dominante, gli inserti economici dei giornali, i commentatori che parlano di economia sui mezzi di comunicazione ci vogliono convincere che le questioni economiche sono squisitamente tecniche, per cui i comuni mortali non possono capirle e quindi è meglio che le lascino ai banchieri, ai tecnocrati e agli intenditori.
Tutta questa descrizione dell’economia ricorda Matrix, esattamente come la descrive Morpheus a Neo: una realtà virtuale, una prigione della mente il cui obiettivo è nasconderci costantemente l’amara verità. Ma qual è questa verità? (….)
Come Neo, cara Xenia, ti trovi davanti a una difficile scelta tra la pillola azzurra e quella rossa. Scegli la pillola azzurra e vivrai nella menzogna e nell’inganno in cui vivono tutti coloro che credono a quel che dicono della nostra società i manuali degli economisti, gli analisti «seri», la Commissione europea, i pubblicitari di successo.  (…) Se, invece, prendi la pillola rossa che ti offrono il modo di pensare e il punto di vista di questo libro, ti aspetta una vita difficile e pericolosa.
Ma come ha detto Morpheus a Neo, ti sto offrendo solo la verità, niente di più! Molti ribatteranno che tuo padre non sa cosa dice. Che l’economia e la teoria economica sono scienze. Che, come la fisica analizza con metodo e strumenti matematici la natura, così l’economia combina la matematica, la statistica e la logica per analizzare scientificamente i fenomeni socioeconomici.
Scemenze! L’economia può anche utilizzare modelli matematici e metodi statistici, ma assomiglia molto di più all’astrologia che all’astronomia.
Mentre in fisica il giudice imparziale delle ipotesi degli scienziati è la fysis, come dicevano gli antichi greci, ossia la natura, in economia non abbiamo niente di analogo, per il semplice fatto che non possiamo creare un laboratorio in cui controllare le nostre ipotesi riguardo a come si sarebbe sviluppata l’economia greca nel 2010 se, invece di accettare il prestito del Memorandum, l’amministrazione pubblica avesse proclamato la sospensione dei pagamenti .
Yanis Varoufakis

QUELLO CHE L’EUROPA NON HA CAPITO
L’America deve ancora conseguire una piena ripresa dagli effetti della crisi del 2008. Tuttavia, abbiamo recuperato buona parte del terreno perduto, anche se non tutto.
Altrettanto non si può affermare, invece, della zona euro, nella quale il Pil reale pro capite è ancora oggi inferiore a quello del 2007, ed è inferiore del 10 per cento rispetto a dove si supponeva dovesse trovarsi.
Una prestazione peggiore di quella che l’Europa ebbe negli anni Trenta.
Perché l’Europa si è comportata così?
Ho ascoltato discorsi e letto articoli nei quali si ipotizza che il problema stia nell’inadeguatezza dei nostri modelli economici — nel fatto che dovremmo riformulare la teoria macroeconomica che durante la crisi non è riuscita a offrire una guida politica.
Ma è proprio così?
No. È vero: pochi economisti avevano annunciato la crisi. Tuttavia, il piccolo segreto dell’economia è che da allora i modelli di base spiegati nei libri di testo hanno funzionato bene. Il guaio è che i dirigenti politici europei hanno deciso di respingere quei modelli di base a favore di approcci alternativi più innovativi, più entusiasmanti e del tutto errati.
Sto rianalizzando i dibattiti di politica economica e ciò che mi colpisce in modo evidente dal 2010 in poi è la divergenza di pensiero tra Stati Uniti ed Europa.
In America, la Casa Bianca e la Federal Reserve sono rimaste fedeli all’economia keynesiana tradizionale.
L’Amministrazione Obama ha sprecato tempo e fatica per perseguire una “grande intesa” sul bilancio, pur continuando però a credere nella tesi sostenuta nei libri di testo, ossia che in un’economia depressa la spesa in deficit di fatto è una cosa positiva. La Fed ha ignorato gli ammonimenti secondo i quali stava “svalutando il dollaro”, ed è rimasta aderente all’opinione secondo la quale le politiche di basso tasso di interesse non avrebbero provocato inflazione, almeno fino a quando la disoccupazione fosse rimasta alta.
In Europa, al contrario, la leadership politica si è dimostrata disposta, quasi con impazienza, a gettare i libri di economia dalla finestra per prediligere nuovi criteri.
La Commissione Europea, a Bruxelles, ha accolto con entusiasmo le presunte prove sull’utilità della “austerità espansiva”, respingendo le argomentazioni tradizionali a favore della spesa pubblica in deficit, e ha preferito sposare la tesi secondo cui tagliare le spese in un’economica depressa porterebbe alla creazione di posti di lavoro perché alimenterebbe la fiducia.
La Bce ha preso a cuore i moniti sul rischio di inflazione e nel 2011 ha alzato i tassi di interesse, anche se la disoccupazione era alta.
Ma mentre i politici europei possono aver immaginato di dare prova di apertura nei confronti di nuove idee economiche, gli economisti ai quali hanno dato retta dicevano loro proprio ciò che volevano sentirsi dire.
Cercavano giustificazioni per le rigide politiche che erano decisi a imporre alle nazioni debitrici; e così hanno trattato come celebrità economisti quali Alberto Alesina, Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff che parevano offrire proprio quella giustificazione. Invece, come si è scoperto, quella ricerca nuova ed entusiasmante presentava grosse pecche.
E così, mentre le nuove idee si sono rivelate un fallimento, la teoria economica dei vecchi tempi si è dimostrata più forte.
Furono derise le previsioni di economisti keynesiani, me incluso, secondo i quali i tassi di interesse sarebbero rimasti bassi nonostante i deficit di bilancio, l’inflazione sarebbe stata frenata nonostante gli acquisti di bond da parte della Fed e i tagli alla spesa pubblica — lungi dall’innescare espansione alimentata da fiducia — avrebbero provocato un’ulteriore crollo della spesa dei privati.
Queste previsioni, al contrario, si sono avverate. È un errore sostenere, come fanno molti, che quella politica è fallita perché la teoria economica non ha fornito le linee guida di cui avevano bisogno i policy maker .
In realtà, la teoria ha costituito una guida eccellente, se solo i policy maker fossero stati disposti ad ascoltare. Purtroppo, non l’hanno fatto. E continuano a non farlo.
Se volete deprimervi sul futuro dell’Europa, leggete l’intervento di Wolfgang Schäuble, ministro delle Finanze tedesco, mercoledì sul New York Times.
Troverete un ripudio di ciò che sappiamo di macroeconomia, delle intuizioni che l’esperienza europea degli ultimi cinque anni avvalora. Nel mondo di Schäuble l’austerità conduce alla fiducia, la fiducia genera crescita e, nel caso in cui per il vostro Paese ciò non funzionasse, significa solo che lo state facendo nel modo sbagliato. Torniamo alle nuove idee e al loro ruolo in politica: è difficile argomentare a sfavore delle nuove idee. Negli ultimi anni, tuttavia, lungi dal fornire una soluzione, le idee economiche innovative spesso sono state parte del problema. Se avessimo continuato ad aderire alla macroeconomia dei vecchi tempi staremmo di gran lunga meglio.
PAUL KRUGMAN

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