Morire sul lavoro all’epoca dello Smart-Working

Ha colpito profondamente, nei giorni scorsi, la tragedia che ha riguardato Luana, operaia tessile di ventidue anni, morta risucchiata dal rullo dell’orditoio, macchina su cui stava lavorando, tanto che ancora se ne sente parlare e il solo pensiero ferisce.

Da quella data – era il 3 maggio – a oggi abbiamo continuato a contare incessantemente altre notizie di morti sul lavoro.

Rilevavano allora Cgil-Cisl e Uil in un comunicato: “ancor oggi si muore per le stesse ragioni e allo stesso modo di cinquant’anni fa: per lo schiacciamento in un macchinario, o per la caduta da un tetto. Non sembra cambiato niente, nonostante lo sviluppo tecnologico dei macchinari e dei sistemi di sicurezza. È come se la tecnologia si arrestasse alle soglie di fabbriche e stanzoni, dove troppo spesso la sicurezza continua ad essere considerata solo un costo”.

Così, mentre nel panorama lavorativo non si parla che di smart working, non possiamo che fermarci a riflettere, perché quando si parla di morti sul lavoro non si parla di disgrazie, ma di responsabilità.

Esiste una responsabilità nella mancata osservanza di regole e negli scarsi investimenti in sicurezza da parte dei datori di lavoro, nell’assenza di controlli, anche a causa degli organici ridotti all’osso nell’ispettorato del lavoro, ma anche una responsabilità collettiva che riguarda tutti e tutte noi: quando tolleriamo la superficialità e l’incuria, non pretendiamo una stringente osservanza delle regole, degli orari di lavoro, di un’accurata manutenzione delle strumentazioni e dei macchinari, sempre e comunque.

Nel primo trimestre 2021 l’ISTAT ha certificato 185 morti sul lavoro, diciannove decessi in più rispetto a quelli registrati nel primo trimestre 2020.

Colpisce poi particolarmente quando a morire, come nel caso di Luana, sono i giovani, quelli a cui dovrebbe essere consegnato il futuro del nostro Paese, e che invece risultano essere i più colpiti dalla crisi provocata dalla pandemia, su cui non si investe abbastanza e a cui non offriamo altro se non sbocchi occupazionali precari, sottopagati e insicuri.

Sempre più spesso sentiamo dire che il nostro Paese – per essere competitivo in ambito internazionale – deve modernizzarsi, spingere l’acceleratore sulla digitalizzazione dei processi produttivi, diventare “smart”: un percorso in atto e a cui la situazione pandemica, nella quale ci stiamo ancora dibattendo, ha dato forte l’input.

Ma la digitalizzazione non conduce a nessun progresso se nel frattempo, un altro versante, la sicurezza sul lavoro non progredisce allo stesso passo: una Nazione che accetta la morte di due Lavoratori ogni giorno, per quanto digitalizzata, non sarà mai grande.

Roma, 25 maggio 2021

La Segreteria Nazionale

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