
La riduzione dell’impronta ambientale è una questione seria e fondamentale. Ognuno di noi deve fare la propria parte per tutelare il pianeta e consegnare alle prossime generazioni un futuro migliore.
Proprio per questo dispiace vedere un obiettivo così importante trasformato in una operazione, l’ennesima, di contenimento dei costi travestita da iniziativa ecologica.
La ricetta della Banca è ormai collaudata: si chiudono gli stabili, si spengono luci e climatizzatori e si accendono i problemi delle colleghe e dei colleghi.
Ancora una volta, le chiusure vengono comunicate con un preavviso risibile, in alcuni casi appena due settimane prima. A fine luglio, quando molte persone sono già in ferie o hanno programmato da mesi la propria estate, la Banca decide improvvisamente di riscrivere l’organizzazione familiare di tutti.
Le ferie dei figli, i centri estivi, i turni del partner, l’assistenza ai genitori anziani e gli spostamenti quotidiani evidentemente sono dettagli. Le colleghe e i colleghi avranno pure organizzato la propria vita da aprile, ma non potevano certo pretendere che la Banca organizzasse per tempo la chiusura dei propri edifici.
Del resto, che sarà mai cambiare tutto a metà agosto?
Il trasporto pubblico locale funziona a ranghi ridotti, Roma è invasa dai turisti, le temperature sono proibitive e molti servizi sono chiusi. Il periodo ideale, insomma, per chiedere alle persone di attraversare la città alla ricerca di una scrivania.
Perché la brillante soluzione proposta è il coworking. La comunicazione aziendale stabilisce infatti che chi vuole lavorare in presenza potrà utilizzare le aree disponibili, previa pianificazione e prenotazione.
Disponibili, naturalmente, è la parola chiave.
Le postazioni di coworking sono sempre meno, devono essere prenotate tramite DESCO e, naturalmente, possono essere utilizzate soltanto quando gli edifici che le ospitano sono aperti. Per il polo di Roma Centro parliamo, a quanto risulta, di circa 60 postazioni a fronte della chiusura contemporanea di ben 6 stabili, che ospitano un intero Dipartimento e ben 14 Servizi. Per il Polo Tuscolano invece, si tratterebbe di 8 postazioni di coworking a fronte della chiusura di 2 Servizi più una segreteria tecnica.
Una capienza perfettamente adeguata, soprattutto considerando che vi sono ben altre 12 postazioni di coworking disponibili…al Centro Donato Menichella!
Una capienza perfettamente adeguata, purché si presentino in ufficio soltanto una sessantina di colleghi.
Da mesi ci spiegano che la presenza è indispensabile per la socializzazione, il confronto, il senso di appartenenza e la collaborazione. Poi, quando tenere aperto un edificio costa, la socializzazione diventa improvvisamente meno urgente. Anzi, meglio restare a casa.
A proprie spese organizzative, però.
La Banca chiude lo stabile per risparmiare, ma la giornata da remoto viene sottratta dal budget personale del lavoratore. In pratica l’Amministrazione incassa il risparmio energetico e il collega paga con una delle proprie giornate di flessibilità.
Non è lavoro agile. È risparmio agile.
E mentre si ipotizza, in alcuni Dipartimenti, perfino di ragionare anche in senso restrittivo sulle giornate da remoto, si pretende che siano proprio i lavoratori a consumarle per gestire una chiusura decisa unilateralmente dalla Banca.
La presenza è fondamentale, ma soltanto quando non costa troppo.
Il lavoro da remoto va limitato, ma diventa improvvisamente utilissimo quando permette di “spegnere” un edificio.
La conciliazione dei tempi di vita e di lavoro è una priorità, ma non abbastanza da comunicare le chiusure con un preavviso dignitoso.
La sostenibilità è importante, purché sia sostenuta economicamente e organizzativamente dai colleghi.
Noi non ci stiamo.
L’accordo sul lavoro da remoto consente ai Capi dei Servizi di autorizzare giornate ulteriori rispetto al budget ordinario.
Chiediamo quindi che a tutte le colleghe e a tutti i colleghi coinvolti dalla chiusura del proprio stabile venga riconosciuta la possibilità di lavorare da remoto extra budget, senza consumare neppure una giornata della propria dotazione personale.
Non si tratta di una concessione. È il minimo necessario per evitare che una decisione aziendale venga pagata ancora una volta dai lavoratori.
Qualora questa soluzione non venisse accolta, inviteremo tutte le colleghe e tutti i colleghi interessati a lavorare in presenza nelle giornate di chiusura, utilizzando le postazioni alternative indicate dalla Banca.
Sarà un’interessante verifica sul campo.
Vedremo se le circa 65 postazioni disponibili saranno sufficienti, se l’organizzazione reggerà e se la socializzazione tanto invocata troverà almeno una sedia libera.
La Banca vuole ridurre la propria impronta ambientale. Benissimo.
Cominci evitando di lasciare l’ennesima impronta sulle spalle dei colleghi.
Roma, 21 luglio 2026
La Segreteria Nazionale