Rispettiamo tutti ma non accettiamo lezioni da nessuno

BandiereCGIL

 

Viviamo in un’epoca di profonda confusione politica e culturale, e anche nella dialettica sindacale in Banca d’Italia riflettiamo lo spirito del momento. Giova darne alcuni esempi recenti.

Nel presentare il proprio congresso, il SIBC cita solo un personaggio: Giorgio Cremaschi, per decenni dirigente della CGIL ed ex Presidente del Comitato Centrale della FIOM. Le critiche che Cremaschi rivolge ad alcuni aspetti della vita sindacale sono condivisibili e dovrebbero far riflettere tutti noi che facciamo attività sindacale, e concordiamo che si tratta di parole attuali anche per la Banca d’Italia. Tuttavia, non si possono estrapolare frasi dal contesto concettuale che le hanno prodotte. Cremaschi è uscito dalla CGIL per seguire un ben determinato percorso politico e sindacale. Citare quelle parole, se si ha una minima coerenza, significa condividere quel percorso.

Significa dunque che la “risposta nuova” che il SIBC intende dare nel prossimo congresso è l’adesione all’Unione Sindacale di Base, attuale organizzazione di Cremaschi?
Lo diciamo perché, avendo conosciuto personalmente lungo decenni di militanza comune Giorgio Cremaschi, siamo ragionevolmente certi che essere accostato alla CISAL, la Confederazione cui aderisce il SIBC, lo lascerebbe abbastanza interdetto.
Ad ogni modo, lo stesso SIBC costretto a citare Cremaschi, ci fa capire che è molto difficile trovare nella CISAL qualcuno che possa dire qualcosa di interessante sulla vita sindacale contemporanea.

Il punto, ribadiamo, è la coerenza tra analisi e proposte. Nella lunga citazione del pensiero di Cremaschi vi è ad esempio un cenno ai fondi pensione. Da sempre Cremaschi sottolinea la dannosità dei fondi pensione, richiedendone la liquidazione in cambio di un aumento delle risorse per le pensioni pubbliche. È questa ora la posizione del SIBC? se non è così, a che pro citare Cremaschi? Ci sembra solo un modo per confondere le acque che non serve a nessuno.

Il secondo caso riguarda lo scomposto attacco di Cida e Dasbi a difesa della riforma dei Colleghi Direttivi. La CGIL viene criticata perché difenderebbe i vertici della funzione del personale. Ora, a noi interessa difendere il futuro di tutti i Colleghi e, a volte, difendere quegli specifici Colleghi che, per ragioni di bottega, qualche sindacato ha interesse a mettere in mezzo. Lo facemmo anni fa con i Colleghi della Vigilanza, quando una O.S. minacciò addirittura di portarli in tribunale perché avevano osato vigilare troppo severamente sulla CSR.
Lo facciamo ora quando una riforma sbagliata che Cida e Dasbi non sono in grado di difendere con argomenti razionali, viene scaricata sulle spalle di chi deve applicarla, peraltro storicamente molto vicino al Cida. Ma pur di difendere una riforma sbagliata, gli amici di ieri sono attaccati senza problemi.

Veniamo a sapere di essere soggetti senza interesse né capacità progettuale. Certo, se la capacità progettuale è quella di accettare come base del confronto le posizioni della Banca dato che, ci spiegano, “ci siamo limitati a richiamare le conclusioni cui giungeva nel 2008 (2008!) la stessa Amministrazione” capiamo bene di quali interessi si parli!

Ora, proprio nel lontano 2008 la CGIL presentò una piattaforma contrattuale complessiva in cui, tra l’altro, si faceva una critica al sistema valutativo e retributivo proponendo una forte discontinuità. La discontinuità seguiva però principi molto diversi, ovviamente, da quelli decisi dalla Banca e avallati da Cida e Dasbi otto anni dopo.

Abbiamo detto in tutte le salse e lo ripetiamo qui che la riforma modifica in modo negativo gli incentivi dei Direttivi, aumenta la parte variabile dello stipendio, concentra gli aumenti stipendiali in pochi individui e disarticola le comunità di lavoro. L’individualismo sfrenato che connotava il sistema finanziario ha giocato un ruolo importante nel causare l’ambiente culturale e lavorativo che ha causato la crisi del 2008. E’ persino stucchevole doverci tornare ora che se ne sono accorti tutti e la stessa Banca d’Italia bacchetta gli intermediari che spingono sugli incentivi monetari delle reti di vendita.

La riforma dei Direttivi, la si può mettere come si vuole, aumenta l’individualismo (“meritocrazia”) e la parte variabile dello stipendio. La soluzione era opposta, come è opposta per il mondo del lavoro in generale: aumento degli stipendi più bassi di ogni grado, crescita costante della retribuzione, incentivi a comportamenti di lungo periodo, tutte cose che non sono affatto in contrasto con carriere rapide o con i giusti riconoscimenti ai meritevoli.

Veniamo ora all’istruttivo tema della riforma dell’orario di lavoro. Cida e Dasbi vanno fiere del fatto che proprio in quella circostanza cominciò il pessimo costume dell’Amministrazione di mettere i colleghi Operativi davanti al fatto compiuto firmando un accordo con i sindacati maggioritari dei Direttivi. Lo stesso giochetto si è ripetuto nella vicenda della chiusura delle Filiali e poi con la riforma delle carriere. Cida e Dasbi si prestano dunque al gioco di sponda con l’Amministrazione, la stessa che criticano perché attuerebbe male una riforma da lei stessa creata, per costringere le altre OO.SS. a iniziare la contrattazione con un’enorme spada di Damocle sulla testa.

Nel caso dell’orario di lavoro quel modus operandi fu particolarmente censurabile perché le posizioni tra le OO.SS. erano abbastanza vicine e la mossa di firmare subito servì solo ad agevolare la spada di Damocle suddetta. Nulla comunque in confronto alla ripetizione su larga scala di tale pratica con la chiusura delle Filiali. Queste vicende dimostrano in modo schiacciante la necessità di superare il macigno del doppio contratto, residuo che esiste ormai solo in Banca d’Italia, e che serve esclusivamente ad agevolare l’Amministrazione.

Altro argomento imbarazzante è quello concernente la busta paga. Ora, premesso che la Banca, per ridurre i malcontenti, ha inserito come unica nota positiva della riforma un aumento immediato dell’inquadramento che verrà poi fatto pagare con una minore dinamica media della crescita delle retribuzioni, e che secondo noi il punto vero è l’incertezza della dinamica e la sua concentrazione in sempre meno Colleghi, rimane il fatto che per confrontare lo stipendio ante e post riforma non basta contare i mesi in cui è superiore a prima. Se 11 mesi l’anno lo stipendio è 100 euro di più e un mese l’anno è 1.500 euro di meno, lo stipendio complessivo si sarà ridotto anche se per ben 11 mesi su 12 lo stipendio è stato maggiore di prima.
Il merito della riforma sotto questo profilo va dunque se mai valutato su dinamiche omogenee annuali, come anche Cida e Dasbi converranno dopo aver smesso di ridere (i Colleghi a marzo hanno riso meno).

Si cerca inutilmente nelle analisi di Cida e Dasbi una risposta ai problemi che i Colleghi hanno con la riforma. Salvo, ovviamente, dare la colpa a questa o quella cattiva applicazione della stessa. Forse le nostre critiche al senso profondo della riforma dei Direttivi possono sembrare eccessive, ma proprio recentemente il SIBC ci ha invece ricordato a cosa serve. Scrive infatti: “solo una vera e sana competizione interna assicurerebbe che anche i non vincitori si possano almeno riconoscere nel processo, e che la Banca in generale si rafforzi beneficiando del contributo di tutte le menti al suo servizio nell’interesse del paese”.

Ci pare una formulazione particolarmente onesta della riforma: mettere i Colleghi in competizione per pochi aumenti stipendiali. Va da sé che la competizione impone la selezione e quindi affermare che questa competizione “presuppone numeri di avanzamenti del tutto diversi” è totalmente illogico, a meno che non si voglia dire che sono troppi. “Sana competizione” è un altro modo per dire che il vincitore prende tutto, cosa che per il SIBC è “una insana politica”. Quindi va bene la competizione ma senza un vincitore? Non è che alle finali olimpiche dei 100 metri consegnano una decina di medaglie d’oro. Se si esalta la competizione poi si deve onestamente dire che gli altri devono accettare di non aver avuto nulla.

Nel comunicato del SIBC non mancano ovviamente critiche al modo di applicare l’accordo che, come nel caso appena citato, è un modo di dire che si è totalmente confusi sulla natura di ciò che si è firmato. Si vuole la competizione ma non gli esiti della stessa tra Colleghi. Per inciso cosa c’entri questo modo di vedere i rapporti tra Colleghi con Cremaschi è davvero impossibile da capirsi se si vuole mantenere un minimo di coerenza e onestà intellettuale.

Questi esempi, che paiono disparati, a guardarli bene sono invece contrassegnati da una logica comune che potremmo sintetizzare così: se le idee non te le porti da casa, quando ti siedi al tavolo delle trattative, ti prendi quelle della controparte e al massimo sposti le virgole del quadro di riferimento che la controparte ha predisposto per te.

In anni passati si poteva concedere alla controparte almeno una visione strategica e una chiara direzione di marcia. Oggi non c’è nessuna visione strategica e si brancola palesemente nel buio. Il riflesso di questa vita “alla giornata” si ha anche negli interventi messe in campo dalla Banca, sotto il profilo della rete territoriale, della riforma delle carriere, dello sviluppo delle nostre funzioni istituzionali.

Come CGIL non ci rassegneremo mai a tutto ciò che accelera la stasi e il declino dell’Istituto. Sindacati forti che pensano con la propria testa sono sempre stati una risorsa fondamentale per lo sviluppo della Banca d’Italia e di tutto il Paese.

A chi ha tanta Storia si permetta una citazione: “il tempo è un grande autore: trova sempre il perfetto finale” (C. Chaplin).

Roma, 16 maggio 2017

La Segreteria Nazionale

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *