Carriera Direttiva

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Essere conservatori significa difendere una riforma sbagliata

Nei giorni scorsi ci sono stati ulteriori interventi sindacali a difesa della riforma delle carriere dei Direttivi che hanno mostrato le notevoli crescenti difficoltà di far digerire la riforma ai Colleghi.

Il sistema degli inquadramenti precedente, viene detto da alcune sigle, era “tecnicamente fallito” per via del meccanismo di valutazione. In realtà, non c’è un legame necessario tra inquadramenti e sistema valutativo. Si sarebbe potuto modificare l’uno senza l’altro, se il tema fosse stato solo il merito. Abbiamo già spiegato ampiamente, però, come il tema del merito sia totalmente fuorviante e rimandiamo ai nostri numerosi approfondimenti sul punto (leggi); prendiamo atto che evidentemente tutto il resto a qualcuno va bene.

Secondo Cida e Dasbi, ad esempio, “Il sistema delineato dalla riforma dell’Area Manageriale e Alte professionalità è migliore di quello che ci siamo lasciati alle spalle, sia dal punto di vista normativo che economico”. Asserzione che rigettiamo senza ulteriori analisi, dato che, come diceva qualcuno che di dimostrazioni se ne intendeva, ciò che può essere asserito senza prove concrete può essere anche rifiutato senza prove concrete. Ci spiegano però che ci sono dei problemi per cui bisogna incalzare la Banca. Il modello è sempre lo stesso, il re è buono, ma i suoi funzionari sono corrotti e, quindi, i sudditi vanno a palazzo a spiegare al re che il popolo soffre per colpa dell’incapacità dei suoi sottoposti. Quindi la riforma della Banca è perfetta ma sono i colleghi che la applicano male?
Noi pensiamo, invece, che l’applicazione della riforma sia lo specchio della riforma stessa, e che sia disdicevole addossare la colpa delle sue conseguenze ai colleghi.

Si afferma, spesso, che la nomina dei capi delle strutture o i passaggi di livello, grazie alla riforma, sarebbero meno discrezionali. In realtà non è così. Ad esami oggettivi si è sostituita la cooptazione.
Il senso della riforma è premiare i “meritevoli”, concentrando gli aumenti stipendiali in pochi prescelti. Questo per noi è sbagliato e antifunzionale per l’Istituzione qualunque sia il criterio prescelto per selezionare quei pochi. L’idea che strumenti di mobilità del personale siano connessi alla riforma è palesemente falsa. Basti pensare che la riforma dell’orario di lavoro, un passo avanti quello sì, è stata fatta prima della riforma delle carriere per tutti i colleghi.

Quanto alla diatriba sul “nuovo” e sul “vecchio”, prendiamo atto che, come ci hanno ricordato Cida e Dasbi, esistono gli Amish americani. Facciamo, tuttavia, presente che al mondo esistono anche adoratori di dischi volanti, convinti dell’esistenza di civiltà tecnologicamente superiori che un complotto internazionale impedisce di conoscere. Difficile a dirsi quale dei due gruppi se la passi peggio, per conto nostro siamo a favore di qualunque passo avanti e abbiamo sempre guardato i “nostalgici” con molto sospetto, ma nemmeno ci facciamo abbagliare dalle insegne luminose che nascondono il nulla. Consigliamo dunque di lasciare la discussione su nostalgia e nuovismo ai bar e di entrare nel merito.

I lavoratori stanno capendo quanto sia importante la riforma delle carriere per il loro futuro. Il problema è appunto che la riforma dei Direttivi è sbagliata, non modernizza la Banca, ma ne mina il clima di lavoro e ne riduce la crescita media delle retribuzioni.

Una delle peggiori conseguenze della riforma è che spinge i colleghi Direttivi ad allinearsi ai voleri superiori perché, non esistendo più concorsi e riducendosi l’aumento automatico dello stipendio, non hanno altro modo per fare carriera e avere migliori retribuzioni.

Il pensiero critico non andrà più di moda e questo è un problema, perché il pensiero unico, ad esempio sul modello di business delle banche e dunque sul modo di vigilarle, ha contribuito enormemente alla detonazione della crisi finanziaria del 2008 di cui, ed ancora oggi, paghiamo le conseguenze.

Una riforma delle carriere che aiuta gli yesmen peggiorerà, senza ombra di dubbio, l’efficienza funzionale dell’Istituto.

Si è scelto di eliminare le regole per far posto alla “meritocrazia”, ossia alla lotta all’arma bianca tra i colleghi. Finirà malissimo.

Noi della Fisac Cgil, prima e più approfonditamente di altri, avevamo spiegato che questa riforma avrebbe rappresentato un forte passo indietro, proponendo al contempo un percorso differente.

Il merito e la valorizzazione dei colleghi non vanno contrapposti a un buon clima di lavoro e alla progressione complessiva della compagine del personale.
I bravissimi che si fanno largo nelle macerie dei palazzi della Banca non servono a nessuno. Non è un caso che la riforma, che dà totale discrezionalità alla Banca sul futuro della carriera dei Direttivi, si coniughi con la totale assenza di prospettive sul futuro dell’Istituto, che naviga a vista in praticamente ogni comparto, ed il cui vertice sembra avere come unico obiettivo tagliare costi e dipendenti. È appunto la riforma del declino.
Anche sotto il profilo organizzativo, la Fisac Cgil- con il convegno del 3 febbraio scorso (vedi) ha fornito una serie di analisi e proposte, proprio per fermare il declino della nostra Istituzione.

A chi dice che questa riforma rappresenta il giusto senso di marcia, rispondiamo che le strade da percorrere sono altre se si vuole avere un futuro.

Roma, 8 maggio 2017

La Segreteria Nazionale

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